2011-04-12

Incontro con Maurizio Maggiani

Comune di Castel Bolognese · Assessorato alla Cultura

in collaborazione con

Ascom di Faenza

Banca di Credito Cooperativo

della Romagna Occidentale

 

 

Biblioteca comunale “Luigi Dal Pane”

Castel Bolognese

 

LIBRI A CATINELLE 2011

unità?

dal 4 al 14 maggio

undicesima edizione

 

EVENTO SPECIALE

 

mercoledì 27 aprile   

 

Biblioteca comunale “Luigi Dal Pane” - Sala lettura

ore 18.00       

incontro Maurizio Maggiani

parole libere su

Giovani, castità, Risorgimento

 

Teatrino del vecchio mercato ore 21.15

monologo di e con

Maurizio Maggiani

Carne macinata per l’universo

 

saluto dell’amministrazione comunale

 

ingresso libero

 

Tourné risorgimentale di Maurizio Maggiani

La Stampa, 17.01.2010 

 

Il 2 di agosto a Cesenatico fanno una gran festa; c’è un gran clamore di fiera e saltimbanchi e piade e piadine, lisce e ripiene, sfrecciano a stormo nel più poderoso bombardamento di grassi di tutta la stagione di mare. La sera il porto canale è tutto uno sbarluccicare di lumi, i bagni un rinascimento di feste da ballo, e a mezzanotte è tutto un tripudio di fuochi d’artificio; il giuggiolone della festa, dicono i romagnoli di quei strepitosi fuochi. Ligure giunto agli antipodi, tre anni fa io c’ero a quella festa, talmente per caso che non avevo neppure qualcuno accanto da chiedergli il perché di quel festeggiare. Ignorante e supponente, ho stabilito trattarsi di una consueta “festa del turista”, di quelle che fanno tanto bene all’economia di riviera. Stupido errore. Il 2 agosto Cesenatico festeggia ricordando la Trafila Garibaldina. Io non sapevo neppure cos’era, me la sono fatta raccontare, e poi sono andata a cercarla, e di quella storia della Trafila me ne sono fatto una passione. Perché è una storia bellissima, piena di avventura e tragedia, di coralità e di sentimenti, di paesaggi e di nobiltà, di passione politica. E la vado raccontando in giro; e a ogni racconto aggiungo qualcosa, perché ognuno dei suoi personaggi evoca altre storie, Anita, il Maggiore Leggero, il prete Bassi, Ciceruacchio, e perché è bello ricamarci sopra, fantasticare sui particolari che le cronache lasciano da parte. E vedo che la gente ha piacere di ascoltarla, e si intriga, e fa oh e ah, e si vergogna di non averne mai saputo niente. E sono felice di questo, felice di fare la mia piccola parte per salvare dal vasto nulla attorno al porto canale di Cesenatico, una grande epica vicenda della leggendaria vita del generale Garibaldi. Non la racconterò ora la Trafila Garibaldina, per fare un dispetto a chi non la conosce e perché, per renderle giustizia, dovrei ingombrare tutto questo giornale. Dirò solo che sono i 14 giorni e le 14 notti in cui il popolo di Romagna aiuta il Generale e la sua donna a sfuggire l’accerchiamento degli austro papalini e mettersi in salvo. Sono fuggiti da Roma alla caduta della repubblica e vogliono andare a combattere per quella di Venezia; non vi arriveranno mai, e Anita morirà il 13° giorno. Come la maggior parte delle grandi storie epiche è storia di una sconfitta e di una tragedia, ma è anche storia di uomini e donne che finché saranno ricordati, finché si canterà il loro poema, non saranno mai definitivamente sconfitti; non in ciò che le loro idee e le loro stesse vite ci hanno lasciato in consegna.

Io so che le stupefacenti vicende della Trafila sono solo una piccola parte di un’altra storia, ancora più grande e tragica, e che quella storia si studia a scuola con il nome di Risorgimento. Ma so che quella roba del manuale ne è solo il fossile, la traccia che si sta colmando di polvere, un reperto sterilizzato in formalina. So che tutti quanti passiamo mille volte da via Ugo Bassi, via Fratelli Bandiera, via Saffi, piazza Garibaldi, via Pisacane, piazza Quattro Giornate e largo Aspromonte, ma so che sono nomi che non hanno più voce e non raccontano più nulla. Salvo quello che c’è scritto sotto: patriota. Che poi, per molti di quelli la patria per cui hanno combattuto e sono morti non assomiglia nemmeno un po’ a quella che per loro conto hanno chiamato così. E so che questo obnubilamento, smemoratezza, estraneità, è l’insoluta tragedia, la sconfitta irrimediabile del mio Paese e del popolo di cui sono parte.

Un popolo, ogni popolo, ha bisogno di una storia per sé; un racconto per specchiarsi e condividerne il riflesso attraverso le generazioni e le epoche. La storia di un popolo non può che essere ai suoi occhi una storia grande, anzi, grandiosa; ed unica, allo stesso modo che ogni essere umano sente in cuor suo di essere unico, e sa che la sua vita ha diritto ad essere grande. In qualunque condizione di vita si trovi, in qualunque paesaggio si collochi. La storia di un popolo si forma nella materia di racconti straordinari, perché abbisogna per la sua grandiosità non di nude cronache, ma di un costante romanzare. I racconti diventano leggende, le leggende si fanno epopee, e le epopee costruiscono un romanzo epico in continuo movimento. Quel romanzo, nato orale e collettivo, cresce con la scrittura, con le immagini, con la musica, con ogni strumento adatto a perpetuarne il racconto, rendendolo sempre più grande, diffuso, coinvolgente. Un popolo ha nel romanzo di sé il suo motivo fondante, il suo più potente strumento di duratura affermazione, e partecipa del suo racconto come di una realtà irrinunciabile, l’unica adatta a costruire altre realtà molto più pratiche e materiali. Molto prima di farsi nazione, ed accettare e partecipare di vincoli che lo terranno soggetto ad astratti e vincolanti istituti, un popolo ha già elaborato il racconto della sua storia, e quel racconto gli è necessario proprio per arrivare fin lì. E il suo ultimo e più fiero e tragico capitolo è proprio quello che racconta la sua nascita come nazione. Ed è sempre una rivoluzione o una guerra, una guerra sempre civile. Nessuna nazione potrebbe sopravvivere e prosperare sopra il peso dell’infinità sequela di miserie e tragedie, sconfitte e turpitudini, generate dal suo formarsi, se quegli avvenimenti non fossero elaborati e sublimati, resi persino ultra umani in un corale canto epico. Una storia che tutti sanno cantare, e rinnovare, tutte le volte che il popolo è richiamato a farsi nazione. So che ogni volta che mi guardo un film western, partecipo di una delle migliaia di storie di cui è fatta l’epica della nazione americana nel suo capitolo più tragico: la guerra di Secessione. So che i grandi eroi di quei film sono tutti degli sconfitti, combattenti dalla parte sbagliata, cinicamente si direbbe. E so che non ci sarebbe una nazione e un popolo che vi si fonda, se quella guerra che ha distrutto interi stati non fosse diventata parte di una leggenda fondante che tutti sanno ancora cantare.

E io so che questo mio Paese, il popolo di cui sono parte, non ha il suo romanzo, non ha il suo poema da cantare, la sua leggenda. Ci ha rinunciato, gli è stato tolto, non so; ma è un fatto che oggi è muto di fronte alla sua storia. Eppure ha vissuto, neppure troppo in là nei secoli, una lunga epopea, che è chiamata Risorgimento ed è persino un bel nome, ed è stata anche epopea di popolo. A meno che non lo si anestetizzi dentro le date delle guerre d’indipendenza, a meno che non si pensi di fondare una nazione sugli appetiti dinastici dei Savoia, sugli interessi della Francia e sulle frodi dei plebisciti. Se è questo che ha fatto l’Italia, allora l’Italia non esiste. Ed è una probabilità, ma non l’unica. Cosa vogliamo ricordare delle rivoluzioni del ’18, ’21, ’32, ’48, su quella del ‘72? Forse abbiamo voglia di credere che tutto ciò che non è impegno bellico e politico sabaudo si riduce a un manipolo di intellettuali disadattati, avventurieri sciupa femmine? Per inciso non c’erano agenti segreti di Carlo Alberto a cercare di salvare Garibaldi in Romagna, ma barcaioli, contadini, preti e birocciai repubblicani. E ancora per inciso, abbiamo visto cento film e letto dieci romanzi sul famigerato bandito Jesse James, baby soldato confederale sbandato, ma Ninco Nanco chi se lo fila? Era un reduce anche lui, brigante calabrese, anche lui dalla parte sbagliata e non meno di James ricco di avventure. Ma sono tutte storie dissolte e sepolte nella mortale retorica delle ricorrenze e delle lapidi là dove ce ne sono ancora.

Perché? Perché mi è stato sottratto il romanzo del mio popolo, l’epopea della mia nazione? Sono stati i Savoia per imporre la loro canzonetta? Il fascismo per la sua fanfara? Forse è responsabilità del ceto intellettuale, che ha rinunciato al suo ruolo di testimonianza? So che mentre Charles Dickens pubblicava a puntate su un settimanale popolare il più grande, e spesso, romanzo di denuncia sociale del suo tempo, Alessandro Manzoni dava alle stampe una storia secentesca sul ruolo della Provvidenza Divina come dispensatrice di giustizia. Erano gli anni del Risorgimento, vorrà dire qualcosa. So che mentre nel porto di Boston una folla incontrollabile di popolo si accalcava al molo per riuscire a procurarsi l’ultima puntata dell’ultimo romanzo dickensiano, facendo due morti annegati, il Manzoni accettava con gratitudine un seggio senatoriale graziosamente offertogli dal re Vittorio. Forse è colpa di Manzoni? O forse perché l’unità del paese, la sua costituzione come nazione, è una follia, o, peggio, una menzogna? Magari è così. Allora benvenuti a Cesenatico, dove qualcosa ancora si ricorda e si canta e ci si fa festa. 

http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=11314

 

Maurizio Maggiani

Chi sono

Sono nato il primo di ottobre del 1951 da Dino, detto Dinetto per il suo animo gentile, e da Maria, detta Adorna in memoria della mula preferita da suo padre, mio nonno Armando, detto Garibà, Garibaldi, per il suo carattere, portamento e tempra politica. Sono nato nella casa costruita da mio nonno con gli scarti della fornace di mattoni del paese a ridosso della via Aurelia, nella frazione Molicciara di Castelnuovo Magra, la piana che dai suoi abitanti è chiamata Luni, perché è lì, da qualche parte nei campi, che ancora inciampano sulle rovine dell’antica città romana. La casa aveva un’aia, un orto e al di là dell’orto i campi che i miei avevano in affitto per coltivare patate, cavoli e formentone; lì io sono cresciuto indisturbato e felice. La casa e l’orto sono ancora lì, abitati da chi è restato della mia famiglia, ma quando mio padre Dinetto si è fatto operaio, ha preso sua moglie e i suoi figli e li ha portati in città, alla Spezia. Lì io sono arrivato fino alla giovinezza in solitudine e desolata nostalgia. Quello che ho fatto di buono è andare a scuola, primo e unico nella mia famiglia a spingermi fino a un diploma. Sono stato licenziato con il diploma magistrale e il consiglio di proseguire gli studi alla facoltà di architettura; questo a ragione di una propensione all’arte che i miei esaminatori avevano intravisto non saprei dire dove, se non nel fatto che non ero bravo in niente, ma avevo una macchina fotografica e ci scattavo delle fotografie. Era una Zenit sovietica che Dinetto aveva comprato per sé con 40 rate mensili da 1000 lire l’una; assieme all’orologio Omega era il suo orgoglio, ma non ci ha mai scattato una fotografia: è sempre stata mia finché non l’ho venduta per comprarne un’altra. Tre mesi dopo il diploma facevo già il maestro nella quinta classe di un prefabbricato che faceva da scuola nella periferia operaia della città. Avevo diciannove anni e crescevo assieme ai miei alunni; erano gli anni delle sommosse, ed ero certo di lavorare per il mondo nuovo. Ho ancora quella certezza e penso anche di essere stato un buon maestro; ho insegnato nel corso degli anni in carcere, nelle sezioni speciali per handicappati e in quelle sperimentali per il loro inserimento, e oggi so che è il più bel mestiere che abbia mai fatto. Ma sono curioso e mi piace stare in movimento, e ero un giovane uomo nell’epoca in cui in questo paese era ancora possibile muoversi con curiosità lavorando per vivere. Ho cambiato lavori e città continuando a crescere. Non ricordo più bene tutto quello che ho fatto per campare, ma so che la mia vita è sempre stata movimentata e ricca di momenti fortunati. A ventidue anni sono stato chiamato dalla Olivetti nei suoi servizi sociali, e il mio primo stipendio era il doppio di quello di mio padre; me ne sono andato via per amare perdutamente una donna così come andava fatto. Nel ’74 mi sono procurato il primo videoregistratore portatile in circolazione e ho provato a farci qualcosa con i ragazzini di una scuola di montagna; da allora non ho più smesso di pensare che qualunque strumento è buono per creare qualunque cosa, anche la più meravigliosa. Ma poi sono andato in giro a vendere pompe idrauliche e mi piaceva moltissimo; ho fatto il fotografo industriale, e ho girato film pubblicitari per gli industriali del marmo e gli stagionatori di prosciutti, mentre fabbricavo audiovisivi politici con l’idea che immagini e suoni potessero essere un buon modo per far discutere la gente; a quel tempo funzionava, anche se erano strumenti poco adatti agli effetti speciali. Nel momento del bisogno ho fatto anche il mercante di arte contemporanea abbastanza autentica, anche se non del tutto, e venditore di libri, soprattutto dei miei. E nel ‘78 mi sono rotto la schiena facendo delle riprese in una cava di granito, e mi sono cercato un posto adatto a chi si prende una gran paura: sono diventato pubblico impiegato. Nell’85 mi sono comprato, firmando 36 cambiali, un computer Apple, il primo che si fosse visto in circolazione, e con quello ho imparato a scrivere. Perché scrivere su quell’apparecchio mi dava un gran piacere tattile e visivo, perché ho scoperto che potevo costruire parole, e con le parole pensieri, che erano immagine composta così come si compone un’inquadratura fotografica, o cinematografica. E poi mi sono rotto una gamba in cinque pezzi, in uno strepitoso incidente di motocicletta, e tutto quello che ho potuto fare per tre lunghi anni è stato di volerle abbastanza bene per non lasciare che me la portassero via, e inventarmi qualcosa per non intristirmi di deboscia da antidolorifici. Con il mio Apple ho scritto una lettera al quotidiano della città e di lì in poi mi hanno chiesto di scrivere a pagamento; sempre con quello ho scritto una lettera a una donna e quella lettera è stata spedita a cura del mio miglior amico a un concorso per componimenti letterari inediti che divenne leggendario per la straordinaria partecipazione popolare. La lettera vinse il concorso sotto forma di racconto letterario. La lettera era intitolata “Prontuario per la donna senza cuore”, c’erano dei sospesi pesanti tra me e quella signora, e quel titolo è rimasto. Tra me e lei le cose non sono cambiate se non in peggio, ma ho cominciato a ricevere telefonate da editori che mi chiedevano se per caso avessi “qualcosa nel cassetto”. Il mio cassetto era vuoto, ed è sempre rimasto così, ma alla quinta telefonata ho detto che sì, avevo qualcosa. Ero curioso di vedere cosa sarebbe successo, non ho mai smesso di essere curioso, e sono diventato romanziere. Da allora credo di aver scritto e pubblicato una decina di storie romanzesche e un migliaio di articoli, qualcosa che assomiglia a una carriera. Comunque, vivo di quello, onorevolmente e con orgoglio mantengo la mia famiglia con il sudore delle mia dita e il patimento dei miei occhi. Come per tutto il resto che di buono mi è capitato nella vita, ed è stato molto, ne sono debitore alle fortunate coincidenze, all’amicizia di uomini e donne generosi, alle strade che cammino e agli incontri che mi regalano. Ah, adesso che mi viene in mente, ho fatto anche il conduttore televisivo, qualcosa come un centinaio di puntate di “La Storia siamo Noi”, nel ’99 se ricordo bene, e in quella occasione ho imparato molto di quello che mi piace e non mi piace fare. So che non mi piace lavorare più del necessario, e non mi piace neppure guadagnare più di quello che mi serve. E questo mi mantiene ancora in forma, nonostante sia un vecchio zoppo ormai ipovedente. L’anno passato ho ereditato l’orologio Omega di mio padre Dinetto e mi capita di far caso al suo tic tic tic. È un suono armonioso e rassicurante, il suono di una cosa fatta a regola d’arte, il suono che mi piacerebbe fosse quello della mia vita.

 

 

Maurizio Maggiani (Castelnuovo di Magra 1951) ha pubblicato Un contadino in mezzo al mare. Viaggio a piedi lungo le rive da Castelnuovo a Framura (Il Nuovo Melangolo); con Feltrinelli Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), Il coraggio del pettirosso (1995, premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), Màuri màuri (1996), La regina disadorna (1998, premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002, premio letterario Scrivere per amore 2003, finalista premio Chiara), Il viaggiatore notturno (2005, premio Ernest Hemingway, premio Parco della Maiella e premio Strega), Mi sono perso a Genova (2007), con Gian Piero Alloisio, Storia della meraviglia, 12 Canzoni e 3 Monologhi, Cd + Libro (2008) e Meccanica celeste (2010).

  

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